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日志


11月17日

LAMEZIA RESISTE!!!

La terza città della Calabria abbandonata a se stessa Lamezia resiste. Ma sta perdendo la speranza
    Negozi contro il racket,
    storica serrata a Lamezia

    Laura Eduati

    «Dite che per Lamezia non c’è più speranza. E invece credo che la vergogna dei commercianti nel pagare il pizzo è un buon segno: le cose prima o poi cambieranno». Don Giacomo Panizza è nato a Brescia ma vive a Lamezia Terme (Catanzaro) da 29 anni. Sotto protezione perchè ripetutamente minacciato dalle cosche, è uno degli animatori della A. l. a., l’associazione anti-racket di Lamezia nata due anni fa dall’esasperazione dei negozianti che, all’inizio, dovevano riunirsi di nascosto «come i carbonari». Gli esercizi commerciali sono almeno 300, quasi tutti taglieggiati. Ma all’associazione sono iscritti solo in sei - perché per entrare occorre denunciare, e c’è chi ha troppa paura per farlo.
    Che la città, la terza per numero di abitanti della Calabria (70mila), abbia qualche speranza, don Giacomo è uno dei pochissimi a pensarlo. Sarà la fede cristiana. «Ma quella civile, quella che anima noi comunisti calabresi e ci fa lottare comunque, io l’ho persa da un pezzo» ammette il segretario regionale di Rifondazione Rocco Tassoni.
      Eppure sabato scorso, per la prima volta nella storia della Calabria, il 90% dei commercianti lametini ha abbassato le serrande per protesta, sconvolti dal tasso di aggressività mafiosa che nelle ultime settimane ha registrato decine di intimidazioni, macchine bruciate, bombe contro i negozi. Il più grave il 24 ottobre, un incendio doloso ha distrutto un deposito di pneumatici e lo stabile che lo ospitava, lasciando quattro famiglie sulla strada. L’edificio è adiacente al commissariato di polizia, un altro sberleffo allo Stato. Quando il procuratore capo di Lamezia Raffaele Mazzotta è giunto sul posto ha detto: «Mi sembra di stare a Beirut».

      Domenica notte una cartoleria ha subito un altro attentato. Un messaggio chiaro. Anche a Tano Grasso, che il giorno prima aveva promesso di considerare Lamezia, con Napoli e Gela, l’ asse nazionale dell’anti-racket, con tanto di sostegno agli imprenditori che vogliano impiantare un’attività in queste zone.
        Lamezia sarà Beirut, ma non è la Napoli in vetrina su tutti i media nazionali, e dunque di questa zona - una delle più industrializzate del Mezzogiorno - non parla nessuno.
          «L’emergenza è continua», si indigna sempre Tassoni, «se non è Lamezia, domani sarà Rosarno, e poi Locri». Il problema, e lo ripetono tutti, è che se la mafia è così prepotente da ammazzare due uomini proprio mentre il consiglio comunale si riunisce in assemblea straordinaria sulla sicurezza (è accaduto il 27 ottobre), è che lo Stato, semplicemente, non c’è.
            I numeri: 41 omicidi dal 2000 a oggi, quasi tutti di natura ’ndranghetista e quasi tutti irrisolti; 80 estorsioni ai danni di commercianti dall’inizio del 2006. E chi combatte la criminalità organizzata? Una Procura che conta, oltre al procuratore Mazzotta, solo cinque sostituti procuratori - quest’estate erano in due - e 24 dipendenti amministrativi. «Chiaramente insufficienti per la nostra mole di lavoro», si lamenta Mazzotta. Ossia: 3mila procedimenti a carico di persone note, e migliaia di procedimenti contro ignoti che spesso vengono archiviati perché non si arriva a individuare il colpevole. Nonostante le insistenti richieste, lo Stato non ha mai incrementato l’organico, né i finanziamenti. E così succede che il procuratore, sotto scorta pure lui, debba pagarsi la benzina per gli spostamenti. «Il problema», spiega, «è che per il ministero dell’Interno un omicidio di natura passionale e un omicidio di mafia hanno lo stesso peso statistico».
              A Lamezia, dove la giunta comunale è stata sciolta per infiltrazione mafiosa nel 1991 e nel 2001 e dove si conoscono perfettamente i nomi delle tre famiglie boss della zona (Jannazzo, Torcasio e Giampà), prestano servizio 70 carabinieri e 156 guardie di finanza. Troppo pochi. La maggior parte è del posto, così finiscono per sposare parenti delle cosche, a uscirci la sera perché sono cresciuti insieme, e i conflitti d’interesse sono all’ordine del giorno. I lametini si lamentano che dopo le otto di sera le volanti non girano più per le strade. Sì, sono in pochi. Ma in una lettera al quotidiano Domani denunciano che le macchine del commissariato di Lamezia sono tutte da rottamare, non è raro che si usino le vetture personali e quando occorre star su la notte perché c’è stato un omicidio si scopre che non ci sono i soldi per gli straordinari. Senza contare il turn-over: in 15 anni si sono succeduti 6 commissari di polizia, e ad ogni insediamento occorre cominciare tutto da capo.
                «Dovete sostenermi» ha chiesto Mazzotta al sindaco Gianni Speranza (Ds) e ai politici presenti sabato scorso all’assemblea comunale straordinaria. Ha chiesto, una volta di più, che la Dda di Catanzaro istituisca una sezione a Lamezia perché le indagini non si smarriscano a metà strada, e ha chiesto uomini per l’intelligence e guardie di finanza per indagare sui reati patrimoniali, il vero grande interesse della ’ndrangheta, potenza economica dalle propaggini mondiali.
                A Lamezia la disoccupazione tocca il 25%, il triplo del dato nazionale, eppure gli sportelli bancari sono in proporzione di più che a Bologna e Pisa. E, ha scritto in un dossier la Dia, è difficile ottenere la cooperazione dei direttori di filiale perché segnalino i movimenti sospetti.
                  Attorno alla città gli ipermercati nascono come funghi innecessari. Un’economia drogata. «Da dove arrivano questi soldi? Solo indagando in questo senso si potrà smantellare il potere ’ndraghetista», afferma Paola Tavella, membro del Cpn di Rifondazione. Il sospetto naturalmente è che la grande distribuzione sia in mano alla mafia e che serva come attività di copertura. Ma questo non ha impedito al Comune di Lamezia di ordinare dei kit scolastici per le scuole proprio a quei supermarket.
                    Rifondazione, in polemica con Speranza, pochi mesi fa è uscita dalla giunta. «Il Comune non dà segni chiari contro la criminalità», spiega il segretario cittadino del Prc Luciano Rimini. A partire dai vigili urbani, che spariscono al calar della sera e - raccontano in città - non segnalerebbero gli abusi edilizi, l’altra grande piaga. L’esempio più lampante è un piccolo pub irlandese costruito su una piazzetta pubblica, a pochi metri dal comando dei vigili, dal nipote di un boss. Nessuno alza un dito e si mastica rabbia in silenzio. Poi: Speranza, sostenuto anche dalla Margherita, vorrebbe privatizzare la Multiservizi, la società partecipata che raccoglie i rifiuti e gestisce trasporti e acquedotto. «In queste zone è meglio che i servizi rimangano pubblici», sostiene Rimini. Preoccupato, come altri, che la grande pioggia di denaro proveniente dallo Stato o dall’Unione Europea a sostegno dell’imprenditoria finisca, come è successo già nel 90% dei casi, nelle tasche sbagliate. Il sindaco Speranza allarga le braccia: «Facciamo tutto il possibile per andare incontro ai cittadini. Da anni chiediamo un comandante dei vigili, che non viene mai nominato». Resta il fatto che a Lamezia, territorio squassato dall’inquinamento, dalle cave abusive e dall’allarme idrogeologico, il Comune ha deciso di destinare alle politiche ambientali un solo impiegato part-time.
                      Un documento approvato dal consiglio comunale (tranne il Prc) chiede allo Stato più finanziamenti, il rafforzamento delle forze dell’ordine, la copertura dei posti vacanti, ronde notturne delle forze dell’ordine, telecamere e videosorveglianza. Don Panizza dissente: «Ogni volta si chiede di più: più polizia, più soldi, più sorveglianza. E invece bisognerebbe stare più attenti al come. La polizia non c’è mai dovrebbe essere. E’ un caso? Oppure i poliziotti vengono a loro volta minacciati dai boss e per questo si rifiutano di indagare a fondo? Scopriamolo, e se riscontriamo questi umani problemi, poniamoci rimedio».
                        Dieci giorni fa 5mila studenti sono scesi in piazza contro il racket. Ma la politica, tranne il sindaco e qualche militante, non si è fatta vedere. I consiglieri si sono scusati. Un ragazzo di Lamezia si rivolge polemicamente a loro: «Ci avete chiesto di sederci attorno ad un tavolo tutti insieme. Ma la lotta alla mafia non è compito nostro, è compito della politica. E dunque non capiamo perché non eravate accanto a noi». Applausi. E’ ciò che pensano i commercianti: perché tocca a noi esporci? Ed anche ciò che pensa il Procuratore Mazzotta: «Io capisco che i negozianti abbiano paura di denunciare. La sera io me ne vado con una macchina blindata, e loro rimangono qui indifesi». Non si tratta, dunque, di solo ordine pubblico, di macchine incendiate ogni notte, di bombe carta contro i negozi. Ma lo Stato, ancora una volta, sembra non capirlo.

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